Questo il tema della conferenza, tenutasi presso la Sala del Garante lunedì 21 novembre, moderata da David Sassoli che ha visto la partecipazione del Prof. Romano Prodi. La Yer era presente all’evento, visto l’interessante argomento oggetto del dibattito.
Il Professore ha incentrato la prima parte dell’incontro con un excursus sui progressi fatti dall’Europa, partendo dal concetto di “mercato comune”, che ha promosso l’ uguaglianza tra tutti i cittadini della Unione (il PIL della UE e’ oggi pari al 22% contro il 21% di quello statunitense), e del concetto di democrazia che si “esporta attraverso la parità dei nuovi venuti in Europa”.
L’ex Presidente del Consiglio ha poi affrontato uno dei temi che ha suscitato grande dibattito negli ultimi mesi, ovvero l’Euro, facendo riflettere i partecipanti sul fatto che “uno stato moderno nazionale e’ fondato su due pilastri: esercito e moneta“. A dodici anni dalla sua nascita, l’Euro soffre di labilità di consensi e di identità oltre che della turbolenza dei mercati. Perché questa crisi della moneta unica? Siamo arrivati fin qui, secondo Prodi, perchè la moneta unica, la politica monetaria unica e la Banca Centrale Europea sono state accompagnate da 17 politiche fiscali differenti e per di più la politica monetaria non è stata sostenuta da una politica fiscale adeguata e da politiche di controllo. Germania e Francia non hanno voluto, infatti, predisporre “un controllo” sui conti dei vari paesi e perciò la Grecia ha potuto “manipolare” i propri conti, con le conseguenze note a tutti.
In più la globalizzazione, la crisi dei mercati e l’immigrazione hanno contribuito alla crescita esponenziale del sentimento della paura nei cittadini europei e la concorrenza nel mercato del lavoro ha di conseguenza portato alla nascita di nazionalismi e populismi.
La crisi economica, che attanaglia ormai molti paesi, aggrava in misura maggiore la crisi europea e l’Europa non e’ più così popolare tra molti cittadini dell’Unione, malati soprattutto in questo momento di “sfiducia europea”.
Per quanto riguarda l’Italia, il Professore sottolinea come il nostro paese abbia fondato la propria economia sulla politica delle svalutazioni, sostenendo che facendo in questo modo purtroppo “Si taglia nerbo alla economia, non si fa più ricerca, non si investe su strutture produttive”. Cosa fare dunque, si chiede il Professore, “patrimoniale o politica della formica, che prevede lo spostamento delle imposte da lavoro al consumo?”. “E per l’Europa?, continua, “Costruire titoli pubblici europei, gli Eurobonds o dare più importanza alla Banca Centrale Europea?”. Con gli Eurobonds, tutti i paesi si farebbero carico dei rischi dei debiti pubblici degli Stati dell’Unione e fino ad ora la Germania e la Gran Bretagna non si sono mostrati molto favorevoli alla loro emissione nel mercato. La situazione è comunque ancora tutta in fieri e soltanto nei prossimi giorni si potrà capire come si evolverà.
Questi argomenti hanno suscitato l’interesse dei partecipanti, tanto che nella seconda parte dell’incontro e’ stato dato spazio alle domande dei giovani presenti in sala.
All’interrogativo di rimodulare una Banca Centrale Europea simile alla Federal Reserve, il Professore ha messo in evidenza quanto siano forti i vincoli statutari della BCE e che la Germania non ha nessuna intenzione di modificare l’attuale assetto della Banca. “La Germania vuole che la BCE controlli l’inflazione, ma non vuole che vada incontro alle difficoltà dei paesi membri”.
È chiesto, altresì, con quali politiche si possa affrontare la concorrenza cinese viste le attuali condizioni lavorative in Cina, prive di garanzie e diritti per il lavoratore, e il Professore, rispondendo al quesito posto da un giovane dottorando di economia, ha sostenuto che negli ultimi 3 anni ci sono stati effettivi aumenti salariali, della moneta ed in molte fabbriche cinesi ci sono state diverse manifestazioni collettive, che fanno presupporre la nascita di un movimento di protesta verso un cambiamento reale delle condizioni lavorative cinesi.
L’ultima domanda, infine, posta da un giovane studente universitario sulla Turchia e sul suo legame con l’Unione Europea ha suscitato molto interesse sia nella platea che nei relatori. Prodi ha sottolineato, infatti, il lungo dibattito sviluppatosi in questi anni, sia a livello accademico che a livello istituzionale, circa l’entrata nell’UE del Paese del Premier Erdogan, evidenziando il percorso di crescita fatto in questi anni dai turchi che hanno investito prevalentemente sul proprio sviluppo economico e commerciale. “Il paese ormai non ha più come obiettivo primario quello di entrare nell’Unione”, ha dichiarato Prodi, ma di espandere la propria influenza nel Medioriente, ormai scevro di regimi dittatoriali dopo l’effetto a catena della cosiddetta primavera araba che ha investito questi paesi.
Staremo quindi a vedere quali saranno le decisioni prese in Europa e per l´Europa, sempre più in bilico tra populismi e tecnocrazia e con la recessione in agguato.
Raffaella Martucci

